Come andrà a finire la storia di Enaiatollah?

COME ANDRA’ A FINIRE LA STORIA?

Secondo Francesca Brusa

Dopo aver riparato il gommone con lo scotch, io e i miei compagni di viaggio lo buttammo in mare e salimmo a bordo. Purtroppo però accadde un inconveniente: una barca a vela, bella e molto accessoriata, si avvicinò alla costa.
Noi decidemmo di nasconderci il più possibile, ma niente da fare, la nave attraccò proprio sulla nostra stessa spiaggia, poi scese un personaggio che piantò un paletto, lasciò la barca, accese un fuoco e si sedette a fissare l’ardere del legno.
“Che cosa facciamo adesso?” chiesero i miei compagni in coro. “Aspettiamo, se ne andrà prima o poi” risposi con aria da leader.
Ci sdraiammo e ci addormentammo. La mattina dopo ci svegliammo tutti insieme, quasi come se ci fossimo messi d’accordo.
Mentre gli altri si stavano svegliando, io andai a controllare la spiaggia. Incredibile! Quell’uomo era rimasto lì per tutta la notte a fissare quel fuoco.
Mi girai verso i miei compagni: “Incredibile! Non si è mosso da dov’era” dissi”Chissà chi è” dissero loro in coro. Poi ci mettemmo a ridere quando una voce ci interruppe. “Se aveste il coraggio di chiedere lo sapreste”. Era la voce di quell’ uomo a parlare. E continuò: “Venite ragazzi!”.
Noi, intimiditi, ci avvicinammo a quella persona sconosciuta che ci salutò. “Ciao ragazzi” disse. “Salve” rispondemmo in coro. “Salve? non sono un re, datemi del tu” ci rispose. “Allora ciao” risposi prontamente io.
“TU” gridò il signore indicandomi “Vieni qui”. Io feci un passo avanti “Come ti chiami?” mi chiese. “Enajatollah Akbari”, risposi prontamente. “Ti ho già visto ragazzo” disse. “Sul serio?” chiesi. “Si! Dimmi Enajatollah: dove dovete andare?” mi chiese. “Dobbiamo raggiungere la Grecia” dissi con tono impavido e lui immediatamente replicò “Non ce la farete mai con quel canotto!”.
Noi abbassano la testa davanti alla sua esclamazione
“Ascolta Enajatollah, ti propongo un patto” esclamò. “Io vi faccio arrivare in Grecia con la mia nave, ma voi non mi chiedete niente di me e della mia vita”.
Mi sembrava un patto assurdo: così tanti in cambio di così poco! Ovviamente accettammo il patto, ci stringemmo la mano e il “tizio” ci fece salire sulla sua barca. Era enorme e piena di cibo e giochi.
Ci accomodammo su delle poltrone comodissime e l’uomo misterioso si diresse verso la cabina del capitano. Il viaggio durò qualche ora, dopodiché salpammo verso la Grecia.
Quando scendemmo dalla nave il signore, che ormai meritava l’appellativo di santo, corse verso un bagno pubblico non separato da maschi e femmine. Lo capivo, anche a me scappava la pipì, dopo tutti quel tempo di viaggio!
Lo raggiunsi in bagno, ma al mio ingresso lo vidi strano, più del solito, si struccava, svestiva, si strappava i peli finti che aveva in faccia, sembrava quasi ci fossero ore di lavoro dietro all’uomo che avevamo visto noi.
Sembrava quasi una…donna…
Quando si girò mi venne quasi un infarto… Quel sant’uomo era la mia mamma che non vedevo da tanti anni! La strinsi in un forte abbraccio con i lacrimoni agli occhi.Finalmente, l’avevo ritrovata! Il mio cuore era colmo di gioia.
Da quel momento in poi rividi tutta la mia famiglia.

Fabio: Grazie Enajatollah

Enajat: Grazie Fabio

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Secondo Filippo Marcello

Ci trovavamo a 500 metri di distanza dalla riva del Mar Mediterraneo, eravamo lì da più di un’ora, io e i miei amici ci eravamo stancati di girare e rigirare quindi abbiamo deciso di bere e mangiare qualcosa che ci era rimasto dalla sera prima.
Subito dopo aver rinfrescato la faccia e aver messo qualcosa sotto i denti, abbiamo deciso che dovevamo remare contemporaneamente, in questo modo il gommone sarebbe andato dritto senza eventuali giri su sé stesso. Dopo qualche ora tutto l’equipaggio si era stancato di remare senza neanche sapere dove si stesse andando, quindi abbiamo fatto una pausa di un paio di ore.
Nessuno sapeva come remare e dove andare, perché in quelle due ore di pausa il gommone, per colpa delle correnti d’acqua, si era girato così tante volte che non distinguevano neanche il nord dal sud.
Eravamo tutti con il morale bassissimo, tutti pensavamo che non ce l’avremmo mai fatta finché una nave di pescatori ci ha trovati in mezzo al mare. Non mangiavamo da due giorni, così loro ci hanno offerto del buon pesce fresco appena pescato per sfamarci, erano pescatori Greci.
Non sapevamo in che modo ringraziarli così abbiamo deciso di dare loro il poco denaro che avevamo. Loro in inglese ci hanno ringraziato.
I pescatori ci hanno infine portato al porto più vicino: eravamo ad Atene.

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Secondo Tommaso Graziano

Dopo aver rattoppato, con il nastro adesivo, il gommone, ricominciammo il nostro viaggio verso la Grecia. Passata qualche ora di navigazione nel Mediterraneo, stava per arrivare la luce e, per paura di essere bloccati dalla guardia costiera, ci fermammo vicino ad una piccola lingua di terra ferma.
Era il mio turno di guardia, quando improvvisamente vidi in lontananza una luce abbagliante con un’alternanza di colori tra il giallo e il blu, il grande riflesso della luce dell’alba mi stava quasi accecando, anche se quello non sarebbe stato il problema più grande…
Immediatamente svegliai tutti dal sonno, ma non facemmo tempo a svegliarci del tutto che alcuni uomini armati sbucarono dal piccolo boschetto posto alle nostre spalle e urlarono qualcosa in una lingua sconosciuta. Ci aggredirono e in poco tempo ci ritrovammo faccia a terra con un’arma puntata alla testa; ci portarono in un posto buio dove neanche un gatto con i suoi occhi fosforescenti sarebbe riuscito ad intravedere qualcosa, neanche tra di noi riuscivamo a vederci. Stavamo accovacciati uno vicino all’altro con il rumore delle ossa scricchiolanti che accompagnava il silenzio spaventoso di quell’ambiente. Riuscivamo a bisbigliare pianissimo, per paura di essere aggrediti per una seconda volta. Dopo alcune ore, credo, una luce ci illuminò e non era una luce naturale, facemmo finta di dormire ma l’uomo con la torcia elettrica ci portò tutti in uno spazio aperto. Davanti a noi c’erano delle persone armate e vedemmo sventolare una bandiera greca, tutti e cinque, nello stesso momento, esclamammo la stessa frase:” SIAMO IN GRECIA!”.
Dopo qualche secondo di silenzio assoluto, i soldati smorzarono il nostro entusiasmo mettendosi a sparare colpi di fucile in aria. Il rimbombo di quei colpi ci spaventò a morte. I miei compagni ed io rimanemmo immobili e poco dopo, non so se per il terrore o per la sofferenza, scoppiammo a piangere chinandoci contemporaneamente per terra. I soldati ci raccolsero da terra e ci portarono nella caserma per un interrogatorio.
Arrivati nel piccolo sgabuzzino, dove ci sarebbe stato l’interrogatorio, ci fecero sedere e iniziarono a tormentarci urlandoci nelle orecchie in una lingua a me sconosciuta. Uno dei miei amici mi disse che la lingua parlata dai soldati era l’inglese e mi invitò a rispondere ai militari. Ma io in realtà non parlavo l’inglese anche se i miei amici credevano il contrario perché io, prima di partire, mi ero vantato di saperlo parlare . Riuscimmo, in qualche modo, a comunicare spiegando, con dei gesti, tutta la nostra storia.
Fu in quel momento che i militari ci indicarono la porta, in modo non molto garbato. Era proprio così, i soldati Greci ci avevano dato il permesso di andarcene e di ripartire per il nostro viaggio. Noi ringraziammo, almeno così mi sembra di ricordare, e corremmo via. Da quel momento non pensammo più a ciò che ci era successo e ripartimmo per arrivare alla nostra metà. Ci incamminammo ma stava diventando sera e il buio si stava facendo sempre più intenso, dovevamo trovare una sistemazione per la notte. Riuscimmo a trovare rifugio presso un piccolo e modesto albergo e non immaginavamo affatto che quella sarebbe stata la nostra casa per quasi sei anni. Il gestore, che era un ometto pieno di energia, era però già anziano ed era solo e senza figli. Accogliendoci, ci chiese di fermarci a lavorare per lui, in cambio di vitto e alloggio. Ci affezionammo subito a quello strano ometto che a volte ci gridava dietro in una lingua sconosciuta, ma che ci aveva accolto come figli.
Una mattina, sei anni dopo, scendendo dalle nostre camere, vedemmo un gruppo di persone attorno al banco di registrazione: Carlos, “il nostro salvatore” si era sentito male. Venne portato al più presto in ospedale, lui riuscì a riprendersi ma non fu più lo stesso, infatti l’ictus che lo aveva colpito gli aveva bloccato molte funzioni, alcune anche vitali, e dopo poco più di un mese morì. L’albergo fu chiuso: dopo sei anni dovevamo tornare in cerca di un’altra sistemazione.
La nostra grande sorpresa fu, però, di scoprire che il buon Carlos aveva compilato un testamento con cui ci lasciava i suoi risparmi, non avendo nessun parente vivente. Fu così che riuscimmo ad arrivare in Italia dove, dopo parecchie difficoltà e sacrifici, riuscimmo ad integrarci, sparsi un po’ per tutta la penisola ma sempre in contatto tra di noi. Io sono stato ancora una volta fortunato avendo trovato un posto di lavoro fisso presso una piccola fabbrica di biscotti e gallette di riso.
Caro Fabio, siamo giunti alla fine della mia storia, anche se ho avuto un’infanzia terribile, sono contento di essere sopravvissuto. Dopo tutto ora sono felice visto che ho una moglie, due figli e un lavoro fisso da quasi 20 anni; ho anche degli amici speciali con cui mi ritrovo durante le feste o le vacanze ma senza mai parlare del passato e di tutto quello che abbiamo dovuto patire ma solo dei nostri figli e quindi del futuro. Il mio ultimo sogno sarebbe, un giorno, quello di poter riabbracciare i miei fratelli di cui non so più nulla da tantissimo tempo e spero tanto che anche questo desiderio si avveri.

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Secondo Anna Bosso

Il gommone era partito e noi avevamo iniziato a pagaiare, ma non sapevamo quel che avremmo vissuto nel viaggio. Era passata ormai un’ora dalla nostra partenza, che si udirono alcuni rumori. Nuki, il più piccolo di noi, iniziò a muoversi bruscamente, lo guardai in volto, era terrorizzato. Provai a guardare un po’ più in là e vidi un gigantesco coccodrillo!
Mamari disse: ”Visto che avevo ragione?”
Tutuschi gli rispose: ”Stupido non è il momento”.
Io urlai: ”Pagaiate svelti!”.
I nostri occhi erano pieni di terrore, la notte era scura, sentivo le lacrime scendere sul viso! Continuammo a pagaiare fino a quando dopo venti minuti, non ci accorgemmo che mancava una persona, Mukili. Guardai Mamai, aveva gli occhi lucidi, sentivo la sua paura.

“ENAJATOLA MA TU AVEVI PAURA?”

“SI’ MOLTISSIMA, QUALCHE VOLTA LO SOGNO. FABIO POSSO ANDARE AVANTI?”

“SI’ CERTO”

Insomma i nostri occhi erano ancora increduli, continuavano a fissare il posto vuoto… nessuno pagaiava più. Ci guardavamo negli occhi, paura solo paura, era quella che vi si rifletteva, nessuno parlava, fui io a interrompere il silenzio, invitando gli altri a pregare. Finita la preghiera, abbiamo ricominciato a remare fino a quando non abbiamo visto una nave che si stava avvicinando. Aveva un grande fanale che illuminava dappertutto, come se stesse cercando qualcosa.
A un certo punto la luce ci raggiunse, il cuore mi batteva forte ma cercavo di rimanere calmo. Urlai a tutti: ”Giù! Fingetevi morti!” e per fortuna il mio consiglio funzionò. La nave ci oltrepassò, continuammo a remare fino a quando Tutuschi urlo: ”Terra, terra!”
In quel momento una luce si accese negli occhi di tutti: erano circa le 4 del mattino. Appena arrivati a terra ci cambiammo i vestiti e ci addormentammo rannicchiati sopra una panchina. Il giorno dopo le nostre  strade si divisero, gli altri non so che fine abbiano fatto,ma io ho trovato un lavoro come sarto. Era vero che gli stipendi erano più alti in Grecia e le giornate erano tranquille: lavoro, calcio, lavoro.
Mi trovavo tanto bene in Grecia, tanto che stavo per prendere la decisione definitiva di rimanerci.

“ENAJATOLA MI RACCONTI DI COME SEI ARRIVATO IN ITALIA?”

“AH, SI’ ADESSO TE LO DICO”

Allora era una giornata più o meno calda, stavo da un anno in Grecia. Solo che sentivo ancora il bisogno di partire, di andare lontano. Così mi confidai con un gruppo di pachistani, anche loro volevano partire e stavano progettando di andare in Italia. Partimmo insieme con un autobus.

“FABIO TI RICORDI CHE E’ PROPRIO LI’ CHE CI SIAMO INCONTRATI? E’ PROPRIO LI’ CHE TI HO RACCONTATO LA MIA STORIA”

“GIA’, E’ PROPRI LI’ CHE TUTTO HA AVUTO UNA FINE ED UN NUOVO INIZIO”.

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Secondo Alice Rigolino

”Enayatollah, alla fine siete arrivati in Grecia?”
“Aspetta, fammi finire e ti racconterò tutto”.

Allora, ero rimasto al punto in cui il gommone era mezzo rotto. Avevo molta paura, perché nessuno di noi sapeva dove andare con precisione. Allora abbiamo deciso di aspettare una nave che ci potesse dare un passaggio e cosi è stato. Solo che c’è stato un problema quando ci hanno chiesto se fossimo clandestini. Noi abbiamo risposto di “no”. Quando ci hanno chiesto i documenti, e abbiamo risposto che non li avevamo, per fortuna hanno chiuso un occhio e ci hanno detto che se si fosse avvicinata la guardia costiera avremmo dovuto nasconderci per non farci vedere e che per arrivare in Grecia ci sarebbero voluti quattro giorni. Ci hanno anche detto che se per arrivare in Grecia avremmo dovuto stare al loro servizio e che, quando fossimo arrivati a riva, avremmo dovuto vendere il pesce: metà dei soldi guadagnati sarebbero andati a loro e l’altra metà sarebbe andata a noi. Queste erano le condizioni e noi le accettammo, anche perché ci servivano soldi, anche se sapevamo che non sarebbero stati moli.

Il primo giorno abbiamo guadagnato cinque dollari a testa, che all’epoca erano tanti, almeno per noi, inoltre abbiamo imparato a fare ben tre tipi di nodi diversi e abbiamo venduto due chili di pesce. Il secondo giorno per sfortuna è passata la guardia costiera, noi ci siamo nascosti molto bene in uno dei posti che ci aveva detto uno dei marinari, che a momenti non conoscevamo neanche tutti i marinari imbarcati su quella nave.
I poliziotti hanno perlustrato tutta l’imbarcazione ma non ci hanno scoperto, per fortuna. Poi siamo andati a vendere il pesce e abbiamo ricevuto quattro dollari. Il terzo e quarto giorno abbiamo guadagnato dieci dollari a testa: in tutto nei quattro giorni lavorativi avevamo raccolto diciannove dollari.
Siamo arrivati in Greci la sera e, quando abbiamo attraccato, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. I pescatori ci hanno indicato una piccola stanza, dove potevamo vivere tutti quanti insieme, e hanno dato a tutti noi un posto di lavoro.

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Secondo Umberto Balossino

Io e i miei amici siamo partiti alle dieci di sera. Abbiamo remato per ore nel buio, senza capire in quale direzione stessimo andando. Poi finalmente all’alba abbiamo visto la terra e abbiamo remato ancora più forte. Quando siamo arrivati eravamo sfiniti, ci siamo riparati dietro una grande roccia e ci siamo addormentati.
Al risveglio non sapevamo dove andare, non avevamo da mangiare, non sapevamo dove dormire ed avevamo sempre paura che la polizia ci scoprisse. Dopo alcuni giorni ho deciso di partire a piedi, da solo, per cercare un posto dove fermarmi e poter lavorare.
Ma la Grecia è un paese in crisi, non c’è lavoro, così mi sono dovuto accontentare di qualche lavoretto. Il lavoro più lungo è stato ad Atene ma è durato solo otto giorni; dovevo caricare pesanti casse di frutta dentro un grosso rimorchio affinché fossero poi imbarcate su una nave diretta in Italia, a Bari. Con me lavorava un altro ragazzo afgano di nome Salim che aveva un sogno: andare in Italia. Aveva sentito dire che in Italia la gente è ospitale e le leggi sono meno dure, non c’è il rischio di essere presi a calci o a bastonate, nemmeno per i clandestini come noi.
L’ultimo giorno di lavoro io e Salim abbiamo preso una decisione: dopo essere stati pagati abbiamo comprato mezza borsa di frutta ciascuno (mele, pesche, albicocche, delle olive e tanta frutta secca) poi abbiamo aspettato che scendesse il buio; senza essere visti, mentre tutti dormivano, io e Salim siamo entrati nella stiva della nave e ci siamo raggomitolati stando attenti a non fare rumore.
Il mattino seguente la nave ha lasciato il porto. Abbiamo viaggiato per cinque giorni rinchiusi nella stiva; due volte al giorno qualcuno veniva a dare un’occhiata se tutto andava bene. Noi ci nascondevamo dietro qualche cassone, stando attenti a non fare rumore per non essere scoperti. Dopo dieci minuti la persona scompariva e noi potevamo uscire, parlare sottovoce fra di noi e, quando avevamo fame, mangiare la frutta che avevamo comprato.
Il quinto giorno, mentre io e Salim dormivamo, abbiamo sentito la sirena della nave suonare forte e ci siamo svegliati; abbiamo capito di essere arrivati, abbiamo raccolto le nostre poche cose e, approfittando del caos che c’era, siamo scesi senza che nessuno si accorgesse di noi.
Ero talmente preso dalla fuga che non mi sono accorto che poco distante da noi c’erano due poliziotti; mi hanno subito arrestato, mentre Salim è riuscito a fuggire e non l’ho più rivisto.
Mi hanno portato in caserma e mi hanno chiesto quanti anni avevo; io ho risposto “quattordici o quindici”.
Visto che ero minorenne mi hanno affidato ad una comunità di Bari (finalmente ho saputo il nome della città in cui ero arrivato) e per la prima volta mi sono sentito veramente al sicuro: c’ era da mangiare in abbondanza, potevo dormire in un letto caldo e soprattutto ero tra gente premurosa, gentile e disponibile. Io cercavo di rendermi utile facendo di tutto: aiutavo il falegname, aiutavo in cucina, pulivo, aiutavo il muratore e le persone si sono affezionate a me.
Non appena sono diventato maggiorenne sono stato assunto in una pizzeria ed oggi lavoro ancora lì. Ho un regolare permesso di soggiorno e sono riuscito a rintracciare la mia famiglia a Nava in Afghanistan; finalmente il prossimo mese mia madre e mia sorella verranno in Italia e potrò, dopo tanti anni, riabbracciarle.

 

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